Col Falcone dal Salento alla Porta d’Oriente

Col Falcone dal Salento alla Porta d’Oriente

Reduci da un viaggio in estate 2016 al freddo e al gelo della Norvegia e di Capo Nord, per quella 2017 ci siamo voluti regalare un’esperienza torrida in quel di Istanbul, anche se ad un certo punto, forse stanchi e boccheggianti dalla troppa canicola, sono stati un piacere sopportabile i brividi sulla Transfăgărășan.

Siamo Ivano Catullo e Sabina Rizzo nati e cresciuti nel basso Salento, non più giovanissimi, alle soglie dei 40, ma ancora con tanta voglia di fare e scoprire il mondo.

Cogliamo l’opportunità di raccontare un po’ della nostra ultima avventura estiva, che partita dal Salento a bordo di una Moto Guzzi Nuovo Falcone del ’71 ha attraversato, in 23 giorni, 6415 km e nell’ordine: Albania, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Montenegro e per rientrare di nuovo Albania, la quale ci ha permesso di traghettare verso l’amata Patria.

 

Il viaggio è iniziato a partire da un traghetto che da Brindisi, in una calda sera di metà agosto, ci ha fatto giungere a Valona (Albania) che era ormai giorno! Fin da subito è cominciata la nostra avventura, raggiunto il Blue Eye, una sorgente carsica situata sulle pendici occidentali del monte Mali i Gjerë, Saranda e tutto quel che ne consegue, siamo passati in un soffio in terra ellenica.

Un mare invitante come un canto delle sirene, al quale noi imperterriti e domati come non mai da spirito di avventura non abbiamo ceduto, stupidamente. Una sosta veloce a Patrasso, alla Basilica di Sant’Andrea Apostolo, e via veloci come il vento o quasi, visto che la Falcona, da noi così battezzata, a più di 80 all’ora non è che vada!

Un percorso tortuoso nel Peloponneso, strabiliante, soprattutto nel visitare rovine greche tra Olympia, Mystras e Sparta con 50 gradi all’ombra e con indosso la tuta della moto, conclusosi a Monemvasia, una specie di Mont Saint-Michel greca.

Un passo in altura tra Geraki, Kosmas e Leonidio, in modo da riprendere fiato un attimino, accompagnato da una colazione in compagnia di sciami d’api e via verso Atene e il suo Partenone. Di sera magica.

Un ritorno al nord x visitare alcuni monasteri alle Meteore, su promontori da brivido, in cui ti domandi ma come ha fatto l’uomo ad arrivare fin lì sopra? E a costruire per giunta?

Proseguire per la E90, sfiorare Salonicco e Alessandropoli ed entrare dopo due ore e mezza di attesa, sotto il sole cocente, in Turchia, con sottofondo di spari in lontananza, forse qualche campo di esercitazione.

Una sosta veloce al distributore, le immancabili turche al posto dei comodi cessi, dei semafori in mezzo al nulla così tecnologici, che dalle nostre parti te li sogni, e l’arrivo ad Istanbul. Caotica e già da subito fascino che cattura; non ci ha lasciato andare per tre giorni. Colorata, soprattutto di blu. Misteriosa.

Un mondo sconosciuto che all’inizio lo vedevamo con occhi titubanti, di chi non si fida, quasi di paura, e poi dopo neanche mezza giornata l’idea di non lasciarlo più. Donne coloratissime oppure vestite completamente di nero, coperte dalla testa ai piedi, bellissime, sensuali, occhi cerchiati dal kajal, penetranti e spesso gioiosi. Tranquille, pacate mentre i loro compagni ad occuparsi dei figli vivaci e dei genitori, a volte sulla sedia a rotelle, come se fosse la missione della vita andare a visitare la Moschea Blu, l’Aya Sofya. Uomini d’altri tempi, protettivi e galanti. Gentili e premurosi, come lo staff del Dervish Cafè costituito da soli uomini, che in un momento di difficoltà ci hanno offerto il loro aiuto e conforto, donandoci il poco che avevano e procurandoci un posto per dormire, senza non prima averci rifocillato a dovere.

Purtroppo in tanta beltà una piccola nota amara, la povertà! Spesso le vittime predilette sono i bambini, soli, a chiedere l’elemosina fino a notte fonda, in strade affollate oppure in vicoli bui, a dormire per strada appoggiati sulle loro gracili gambe o semplicemente abbandonati su freddi marciapiedi! Una tristezza infinita, ancora adesso, a casa fra le nostre confortevoli mura, ricordare quegli occhi belli, infiniti, profondi, ma tanto mesti, disillusi e accorati.

Neanche la moto voleva lasciare Istanbul e ci si era messo pure il maltempo a darle manforte; sul viale Kennedy, forse affezionata alla calura soffocante non ne voleva sapere di rinfrescarsi con tutta quell’acqua che scendeva forte dal cielo, capricciosa si è fermata e non voleva saperne di ripartire. Per fortuna grazie alle carezzevoli mani dell’uomo di “casa” si è decisa a ripartire. Direzione Bulgaria, precisamente Dimitrovgrad, dove abbiamo alloggiato per una notte all’Hotel Afrodita. Veramente carino e accogliente, consigliamo vivamente la cena con le loro tipiche crêpes, strepitose. Ancora oggi ne sentiamo la fragranza.

Il giorno successivo ci aspetta un tour tutto a Nord nella parte est del Parco Nazionale dei Balcani Centrali con visita al Buzludzha monument, maestoso mausoleo comunista abbandonato, dove l’unico accesso, illegale, per entrare all’interno, con una piccola arrampicata, era attraverso una fessura larga solo per farvi accedere un bambino o una persona magra. Una percorrenza veloce per il Passo Shipka, sosta a Veliko Tărnovo, in cui nei dintorni di un caratteristico monastero lo stupore di un macabro cimitero d’altri tempi con chiesetta annessa e, intrufolatici, abbiam “notato” cassapanche piene d’ossa e teschi messi in bella vista con su scritti dei nomi incomprensibili. Per riprenderci dalla funeraria sorpresa la veduta della verde e magica cascata Kaya Bunar, un piccolo paradiso a ridosso del canyon del fiume Bohot.

Una notte passata ad Arbanasi, caratteristica cittadina medioevale, e la Bulgaria cede il passo alla vampiresca Romania. Un passaggio rapido a Bucarest, una foto con tanto di Falcona sotto al Parlamento e la rigogliosa Transilvania.

La visita immancabile al castello Bran di Conte Dracula e la terrificante camera delle torture, la frescura gelida della Transfăgărășan, considerata, a ragione, una delle più belle strade panoramiche al mondo, grazie, e così chiamata, la Follia di Ceauşescu.

Durante il percorso, la nostra follia, invece, di salire di buon passo 1480 gradini per raggiungere la Fortezza di Poenari, la quale sarebbe la vera dimora del vovoida Vlad III ormai diroccata.

Prima di abbandonare la Romania sulla strada che porta alla Cascata Bigar un surreale matrimonio in pieno festeggiamento, in mezzo alla strada con tanto di invitati e vicini a gustarsi musica e uno sfrenato ballo in cerchio, tanto da bloccare il traffico e pure noi, che galvanizzati dalla situazione ci siamo “mimetizzati” nella festa e adoperati a fare foto e video di fianco al fotografo ufficiale! A wedding party finito, un saluto alla sposa, sudatissima, truccatissima e raggiante, l’arrivo alla Cascata Bigar che sembra uscita da un libro fantasy e non c’è da stupirsi se si narra che essa sia opera delle fate; l’acqua filtra a piccoli ruscelli tutt’intorno ad una roccia ricoperta di muschio verde, per poi brillare al contatto con il sottostante fiume Minis. Uno spettacolo unico.

Arriviamo la sera a Belgrado, in Serbia, la notiamo fin da subito abbastanza giovanile; fascinosa, moderna e in via di sviluppo, con una movimentata movida notturna. Chiediamo informazioni poiché alla ricerca di un posto per dormire ad un signore disponibile, ma che odia fortemente il Papa. Lo troviamo a tarda notte un po’ fuori città, comodo e a buon mercato. Non resistiamo a fare un giro notturno, i monumenti e i maestosi palazzi di sera rendono molto, illuminati da sapienti fari, come la chiesa ortodossa Sveti Sava, il Palazzo Vecchio e l’immancabile Parlamento. La mattina la dedichiamo alla Fortezza Kalemegdan, dove sulla sua sommità possiamo godere del rilassante e ameno panorama che ci riserva la capitale serba e del fiume Sava che confluisce nelle acque del Danubio. Non potevamo poi non andarcene senza prima aver visto con i nostri occhi i danni fatti dai bombardamenti NATO nel 1999 alla Radio Televisione Serba ed ai Ministeri della Difesa, degli Esteri e degli Affari Interni, che rimangono a testimonianza di quei giorni terribili. Davvero raccapricciante.

La nostra avventura prosegue a caccia di Spomenik. In Croazia, non previsto sulla nostra tabella di marcia, precisamente a Josenovac becchiamo lo Stone Flower, che è un monumento di 24 metri d’altezza, appunto a forma di fiore, per lo più fatto di cemento armato, in memoria delle centinaia di migliaia di vittime che sono state messe a morte durante la seconda guerra mondiale nel campo di lavoro forzato e sterminio istituito in questa località, sulle rive del fiume Sava. Particolare e sinceramente in cima alla lista dei preferiti per come si presenta.

Nelle vicinanze una locomotiva, dove abbiamo fatto un po’ gli stupidi a farci foto e a sfidare nidi d’api all’interno dell’abitacolo. La stupidità è proseguita nel raggiungere il monumento con tutta la moto su un percorso fatto da assi di legno a ridosso di un laghetto davvero suggestivo. Beccati da una volante della polizia, siamo ritornati mesti sulla strada maestra con i tre poliziotti ad attenderci; uno di questi pronto col blocchetto in mano a farci una sonora multa, per fortuna il dolce sorriso di entrambi e l’app pronta a tradurre in croato, con un grande scusate per inizio, ci ha evitato di sborsare un po’ di soldini.

La ricerca di mausolei è andata avanti nel Nord della Bosnia-Erzegovina per lo Spomenik Slobode, nel Parco Nazionale di Kozara, il quale rappresenta il Memoriale di Mrakovica, in onore della battaglia di Kozara, nella quale morirono circa 1700 partigiani e altre svariate migliaia di persone imprigionate nei campi di concentramento. Per raggiungerlo è stata una vera e propria impresa.

Ben tre direzioni prese e tutte fatte di strade sterrate. La prima errata ci ha fatto assaggiare il pietrisco; una dolce scivolata con tutta la moto, una signora in mezzo al nulla che si affaccia sulla strada facendosi il segno della croce e noi con tutta la nostra forza bruta a sollevarla da terra insieme a tutto il suo carico. La seconda in mezzo al bosco ci avrebbe potuto far arrivare a destinazione, solo che ad un certo punto era diventata impraticabile per via del fango e di una formazione di un piccolo ruscello. La terza, sempre sterrata, a fiancheggiare una montagna, con massi enormi in mezzo alla strada, ci ha fatto giungere finalmente il tanto agognato mausoleo. Una struttura enorme e parecchio alta, fatta sempre di cemento e all’interno un gioco di luci ed ombre a forma di sole. Una pace ed un silenzio rigeneranti. Comunque al ritorno siamo scesi comodamente dalla strada asfaltata che non avevamo trovato all’andata.

Un altro Spomenik trovato per caso nella bella città di Bihać, posizionata sul fiume Una, è il Garavice Memorial Park, situato su una collina; segna il luogo dove 12.000 persone di etnia serba ed ebraica furono giustiziate dalle forze fasciste durante la seconda guerra mondiale. Si compone di 15 colonne di pietra, alte circa 4,5 metri.

Una scrittura incisa su una pietra vicino all’ingresso del parco recita:

“La vita è più forte della morte,

La giustizia è più forte della criminalità,

L’amore è più forte dell’odio. ”

Lasciamo la Bosnia-Erzegovina e la curiosità ci porta ad addentrarci in Croazia alla volta della Base militare abbandonata di Zeljava, meta di molti nostri amici moto viaggiatori.

Voluta dal Maresciallo Tito, fu costruita in totale segretezza tra il 1957 e il 1965 e costata ben 6 miliardi di dollari, fu all’epoca la base militare con il terzo aeroporto più grande d’Europa. Quasi interamente sotterranea e composta da lunghi tunnel per un totale di circa 3,5 km, con cancelli di protezione pesanti ben 100 tonnellate ciascuno, per resistere ad eventuali attacchi nucleari. Venne utilizzata intensamente durante il conflitto degli anni ’90 e successivamente distrutta soprattutto nella parte esterna.

Appena arrivati notiamo subito i resti dell’aereo Douglas C-47B Dakota che giace tra i rovi e le erbacce. Affascinati non abbiamo saputo resistere alla tentazione di salirci per curiosare un po’ il suo interno e per scattare qualche foto soprattutto nella cabina di pilotaggio, dalla quale ci si poteva affacciare e lasciare un adesivo alla portiera, un segno distintivo fra noi amici viaggiatori. Abbiamo poi proseguito fino agli ingressi dei 4 tunnel scavati nella roccia ai piedi della montagna, ai lati delle stradine il cartello a segnalare il pericolo di mine, sotto una copertura un autobus rovesciato a terra e completamente distrutto. Avvertivamo una strana tensione a stare lì, si sentiva tutto il peso di quegli anni carichi di storia, di oppressioni e conflitti. Ci sentivamo quasi in pericolo e pronti a saltare per colpa di qualche mina, come se stessimo quasi vivendo, e meno male che non era così, le sensazioni di quegli anni terribili.

Per alleggerirci della tensione proseguiamo per il Parco Nazionale dei laghi di Plitvice, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Formato da 16 laghi collegati tra loro da una serie di canali e cascate tra rocce carsiche e una fitta vegetazione, costituita pure da piante carnivore. Una serie di sentieri permette di esplorare il parco, insieme alle passerelle di legno che corrono sull’acqua limpida e di un azzurro intenso. Rilassante, romantico e spettacolare il giro sul battello, anche se non era a vapore.

Dopo i laghi ci aspetta di nuovo la Bosnia-Erzegovina con Mostar e il suo ponte Stari Most sul fiume Neretva, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Simbolo della città, carico di storia e protagonista di drammatici eventi che lo portarono alla distruzione la mattina del 9 novembre 1993. Completamente ricostruito, fatto di una pietra particolare, camminarci sopra non è cosa semplice, soprattutto se si hanno degli infradito di plastica; parecchio scivoloso anche se il pavimento non si presenta umido o bagnato. Affacciati al ponte non ci resta che mirare un tipico quadretto rinascimentale: il blu profondo del fiume Neretva sotto, il cielo azzurro sopra e a far da cornice le montagne e le tipiche casette ed edifici dell’epoca ottomana.

Lasciamo Mostar quasi all’imbrunire, ad accompagnare il nostro cammino per Sarajevo un rassenerante tramonto che splende forte sul fiume Neretva, che ad un certo punto si fonde col lago di Jablanica e nel mezzo esce fuori una pinza pronta a tirare un filo dell’acceleratore rotto, su un tratto di strada abbastanza pericoloso con camion e macchine che sfrecciano incuranti della nostra piccola mole; la fortuna dopo poco ci sorride e riusciamo a giungere in salita la piazzola di sosta alla corsia opposta. Un placido venditore di miele all’angolo e noi a trafficare con chiavi e bulloni per sostituire il cavo nuovo, in dotazione all’equipaggio di bordo. Che divina provvidenza!

Arriviamo a tarda sera alla Baščaršija, quartiere turco, simbolo della città di Sarajevo, per poter gustare le tipiche polpette di carne, i ćevapčići, in uno storico locale posizionato proprio di fronte alla famosa fontana di legno Sebilj, consigliatoci, in maniera abbastanza nostalgica, da due ragazzi bosniaci incontrati a Belgrado, i quali da anni vivono e lavorano nella capitale serba. La nostra intenzione è quella di proseguire il nostro cammino per tutta la notte, ma stanchi e appesantiti dalla cena abbondante decidiamo di cercare un posto per dormire. Chiediamo informazioni ad un gruppo di ragazzi appoggiati alla mitica fontana; ci consigliano un ostello che si trova nelle vicinanze. Dopo esserci messi d’accordo con l’addetto alla reception, mentre carichiamo a mano i nostri bagagli da portare in camera, per strada abbiamo l’onore di incrociare e conoscere un estremo moto viaggiatore, che addirittura vuole farsi una foto con noi. Alì, thailandese, viaggia con Merlin, una Triumph Thunderbird del ’56, in giro per il mondo; persona umilissima, dai toni pacati e gentili, semplicemente un grande. È stato un vero onore fare la sua conoscenza.

Il giorno successivo lo dedichiamo alla Gerusalemme d’Europa, definita per secoli così, poiché hanno convissuto e convivono nuovamente, dopo la guerra intestina, popoli di etnie e religioni differenti, facendo per l’appunto il giro classico fra moschee, chiesa ortodossa e cattolica. Un salto al Ponte Latino, da cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, con la famosa uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria e Ungheria, e di sua moglie Sofia per mano del giovane studente bosniaco Gavrilo Princip. Una visita commemorativa al Pijaca Markale, mercato coperto tristemente noto per l’attentato, in cui il 5 febbraio del 1994 persero la vita 68 persone e nel mentre l’incontro con un signore sarajevita a raccontarci la sua drammatica testimonianza, vissuta in prima persona proprio in quella terribile giornata, in cui in quel frangente, allo scoppio del mortaio, si trovava a prendere un caffè nel bar di fronte al mercato, un locale oggi vuoto e in disuso. Una triste vicenda personale, dalla quale, anche se ci veniva raccontata in lingua bosniaca, si percepiva la bruta e cruda realtà vissuta dal vecchio bosniaco e la foga di descriverla nei minimi dettagli, facendoci vedere il punto esatto in cui si trovava all’interno del bar, puntando il dito dalla porta a vetri del bar che oggi non esiste più. Provati e amareggiati ma pure grati dell’incontro sarajevita ricevuto, ci mettiamo alla ricerca delle “Rose” di Sarajevo, che non sono fiori, le hanno tinte di rosso, ma non come le rose, sono rosse come il sangue. Esse sono piccoli crateri a forma di rosa scavati dall’impatto tra una granata e un materiale duro, tipo il cemento o l’asfalto a ricordo delle persone uccise dalle bombe di una guerra tra fratelli. Si trovano casualmente passeggiando per la città; le nostre le abbiam trovate svoltando un angolo, nelle vicinanze del Markale, sul fianco della Cattedrale del Sacro Cuore. Le guardi con stupore e non riesci che a pensare che ciò succedeva non troppo lontano da casa nostra e non molti anni fa, quando noi eravamo nel pieno della nostra adolescenza e spensieratezza.

Non potevamo allontanarci dalla città  senza ritornare all’antica Fontana per bere la sua acqua buona e gelida: un atto dovuto per chiunque stia per lasciare Sarajevo e voglia tornarvi, almeno una volta.

Ci mettiamo in sella alla nostra Falcona, passiamo vicino alla storica e preziosa Biblioteca Nazionale e al Viale dei Cecchini per raggiungere poi, fuori centro, il Tunnel della Salvezza e il Museo della Guerra. Durante il tragitto non si può fare a meno di notare le cicatrici di case e palazzi, segni inequivocabili, indelebili lasciati dall’ultima guerra, simboli di un passato che non si dimentica mai.

A poche centinaia di metri dall’aeroporto, scavato dai militari bosniaci durante il periodo dell’assedio, il Tunnel della Salvezza, all’epoca l’unico punto di contatto tra la città di Sarajevo occupata e il resto del mondo. Il tunnel era lungo, in origine, 800 metri, scavati dalla cantina di un’abitazione privata, adesso adibita a museo, fino ad arrivare all’aeroporto. Sono rimasti oggi percorribili soltanto 18 metri, sufficienti per rendersi conto di come doveva essere quando era in uso. Noi l’abbiamo attraversato più volte, piegati, altrimenti avremmo toccato con la testa il “solaio”, comprendendo, seppur in minima parte, quanto sia stata dura la fatica nel scavarlo e pure per chi lo doveva oltrepassare, con un piccolo fardello a contenere gli averi di una vita intera, col timore di essere scoperti o “beccati” dai cecchini oppure di saltare in aria per colpa di qualche mina vagante, una volta al varco, rischiando la vita e quella dei propri cari. Poi all’interno del Museo della Guerra, che occupa parte dell’abitazione da cui partiva il tunnel, si trovano gli attrezzi usati per scavarlo, oltre a immagini dell’epoca. Sul retro dell’abitazione, in una sala a mo’ di cinema, viene proiettato continuamente un documentario sulla storia del tunnel e sull’assedio di Sarajevo. Sembrava di assistere, in base ai suoni, spesso in lingua bosniaca, e alle immagini, ad un rappresentazione classica dei tempi della seconda guerra mondiale, come quei programmi che si visualizzano, tipo su Rai storia.

La nostra avventura sarajevita continua per la salita sul Monte Trebević, in cui giace la celebre Pista da Bob, utilizzata in occasione delle Olimpiadi di Sarajevo nel 1984: oltre tre chilometri di curve paraboliche e rettilinei mozzafiato, oggi migliaia di chilogrammi di cemento in preda alla natura più rigogliosa, meta di artisti di strada e turisti curiosi, ieri nascondiglio ideale per chi perpetrava una lotta fratricida, dove i cecchini e i mezzi pesanti lassù erano appostati per tenere in scacco la città sottostante. Per noi, anche se in stato di degrado e abbandono, racchiudeva contemporaneamente un misto di tristezza e fascino. Percorrere, camminando, a tratti pure correndo, con tanto di fotocamera a segnarne il percorso, abbellito dai lavori degli street-artists che ne hanno graffiato le curve paraboliche, è stato esilarante e divertente, ma anche desolante e mesto per via del degrado, delle forze economiche e fisiche andate perse, dell’agonismo vissuto dagli sportivi nel 1984 e degli eventi tragici che ne seguirono.

Come al solito decidiamo al tramonto di rimetterci in marcia e questa volta in maniera seria e decisa, visto che ci aspetta una lunga traversata. Lasciamo la Bosnia-Erzegovina, percorrendo la M 18, una strada stretta, tortuosa e lunga, per lo più sterrata, il fiume Drina sotto a farci compagnia, il massiccio sul fianco sinistro e il pericolo in curva di trovarci di fronte delle belle e floride mucche di ritorno a casa, sole! Da lì a poco la prima frontiera montenegrina che sinceramente proprio là non ce l’aspettavamo, praticamente in mezzo al nulla, però circondata da un panorama mozzafiato, del quale abbiamo potuto goderne, all’attraversamento del ponte, dopo averci dato l’ok la guardia di frontiera. Il fiume Drina lascia il passo a Tara e Piva che proprio in quel punto magicamente si fondono; il colore turchino dell’acqua un tutt’uno col verde florido e rigoglioso della fitta vegetazione del canyon. Una mirabile meraviglia!

Percorriamo in una sola notte, tutto il Montenegro, in mezzo a strapiombi da paura, a farci compagnia una fascia di cielo stellato e una luminosa luna piena, gufi e civette a volarci sopra la testa. Al lato di una strada pure una macchina abbandonata, col parabrezza sfondato da chissà quale masso caduto dalla montagna. Una strada da brivido, ma parecchio affascinante, la quale ci ha ispirato talmente tanto, che un giorno, speriamo non troppo lontano, vorremmo ripercorrerla, possibilmente di giorno, in modo da ammirarne gli stupendi paesaggi, che abbiamo potuto solo intravedere ahinoi di notte.

L’avventura montenegrina ci porta a passare e a vedere da lontano, malinconicamente, Podgorica e a giungere in tarda notte il valico con l’Albania. Alla frontiera una guardia, forse preso a pietà per le nostre facce provate, ci offre dei biscotti al cioccolato, davvero gentile e ben gradito il piccolo dono.

Entriamo in Albania e nei pressi del lago Scutari decidiamo di trovare un posto per riposare le stanche membra, giusto qualche ora. Una volta a casa, informandoci su Internet, ci siamo resi conto di che meraviglia eravamo circondati nel camping in cui abbiamo “leggermente” pernottato; infatti all’alba raccogliamo il nostro umile giaciglio e ci rimettiamo in marcia, direzione Porto di Durazzo. Lo conquistiamo al mattino di buon’ora per accogliere l’arrivo in terra albanese di una coppia di amici finlandesi, in viaggio ognuno con la propria Harley Davidson. Non sapevano che saremmo stati lì ad attenderli, abbiam voluto far loro un’inattesa sorpresa. Venivano da Bari, dopo aver attraversato in lungo e in largo l’Italia. Li avevamo incontrati l’anno precedente nei pressi del Geirangerfjord, in Norvegia, con l’intenzione di rivederci un giorno per un buon caffè italiano. Non c’è stata la possibilità di rimanere fedeli alla promessa, ma un caffè a Durazzo l’abbiam preso comunque, anche se loro hanno optato per il caffè americano. La nostra tipica bevanda era troppo ristretta per i loro gusti. Il momento dei saluti è stato davvero commovente, poiché c’era la consapevolezza che ritrovarsi un’altra volta sarà se non impossibile, ma difficile sicuramente.

Il prosieguo della giornata continua a Tirana, in cui ricorderemo il traffico sopra ogni misura paragonabile a quello di Napoli, e la fuga verso una zona più tranquilla, il Parku Kombetar i Dajti. Volevamo salire fin lassù con la moto, che per l’ennesima occasione nelle nostre intenzioni subconscie volevamo trasformarla in un G/S o Ténéré alla vista di una strada in costruzione, quindi sterrata. La ragione per fortuna è ritornata a noi, abbiamo desistito dall’avanzare e dopo una visita ad un bunker antiatomico, il Bunk’Art, costruito ai tempi della dittatura comunista di Enver Hoxha, nelle vicinanze ci siamo accorti di una comoda funivia per raggiungere il tanto agognato parco, il quale ci ha fatto godere di una meravigliosa frescura e di una veduta strabiliante della capitale albanese!

Al ritorno in città, questa volta meno caotica, non abbiamo resistito nel visitare il centro, con la mitica Piazza Scanderbeg e il maestoso monumento equestre in onore del principe, eroe nazionale albanese.

Nuovamente al crepuscolo ci rimettiamo su strada, per percorrere più di 120 km che ci separano da Berat, amena cittadina medioevale, che sorge sulle sponde del fiume Osum. Il mattino successivo lo dedichiamo al tipico Castello che si trova giustamente nel punto più alto della città, in cui si può notare quanto essa sia ricca di monumenti storici, moschee ottomane e antiche chiese ortodosse. La guida a spiegarci che i turisti che giungono in Albania per visitarla, lasciano Berat come ultima tappa e se ne vanno piangendo, comprendendo che avrebbero dovuto includerla fra le prime per le bellezze che contiene, poiché servirebbe più di un giorno per viverla tutta. La lasciamo a malincuore, a metà mattinata, dando pienamente ragione al ragazzo, che ci ha fatto da guida, ma nel primo pomeriggio ci aspetta il traghetto di rientro a Valona.

A metà percorso, tra Berat e Valona, la nostra Falcona dà segni di cedimento e improvvisamente si ferma. Poverina si è bevuta ogni tipo di benzina. Fortunatamente grazie alle sapienti mani del meccanico di “casa” riesce a ripartire e scapicollati arriviamo nella città portuale.

Facciamo il viaggio di rientro sul traghetto in compagnia di uno stravagante signore albanese, originario di Tirana, dotato di una riccia e folta chioma raccolta in una coda e con indosso una striminzita canotta nera che gli lascia scoperto il petto. Ci racconta un po’ della sua vita, di quando era ragazzo e viveva nella capitale albanese, il periodo dell’università, della venuta in Italia, del suo locale di cui è proprietario sul Lago di Garda e della patente ritirata per alta velocità poco prima di raggiungere il porto. Ci aspetta nel suo ristorante ed è disponibile per qualsiasi cosa potremmo avere bisogno.

Arriviamo sul suolo natio a sera inoltrata e malinconici ritorniamo a casa. Rientrare nella solita routine non è facile, soprattutto se il giorno successivo ti aspetta il primo giorno di lavoro, dopo solo 23 giorni di ferie. Si ha la testa altrove, ci vuole un po’ di tempo per rientrare nella normalità.

Viaggiare è infinitamente bello, noi lo auguriamo a tutte le persone del mondo, in qualsiasi modo, pure con la mente. Anzi a volte è meglio. Mentre organizzavamo il percorso da fare, era tutto un galvanizzarsi e sognare.

E ancora sogniamo per noi un sacco di strade, monumenti e città da ricordare, perché non si è mai troppo grandi per farlo. E speriamo ancora una volta in sella alla nostra Falcona, che non smetteremo mai di ringraziarla per averci accompagnato quest’anno nella parte Est d’Europa, fatto assaggiare un po’ di Oriente e dato la possibilità di esaudire i nostri piccoli desideri d’avventura.

 

 

 

 

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